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MILVIA ARGENTI

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Qui si trovano brevi racconti ed altro materiale inedito di Milvia Argenti. Buona lettura!

La sera sul lago di Garda   Il moscone bianco e blu

LA SERA SUL LAGO DI GARDA
 


Qualche sera il lago prova a farti riconciliare con il giorno che è stato; veste di rosa e celeste pallido e più a largo apre spazi di perla sulle tremule strisce di sangue perse dal sole che muore.
Dovunque cade la pace morbida della sera, le onde si srotolano tacite sotto il pelo dell’acqua, neanche uno spruzzo, una cresta di schiuma, più niente.
Sui piloni di legno scorticati dal tempo si posa un gabbiano.
Altri uccelli volano bassi. Con veloci tuffi del capo le folaghe aprono nell’acqua cerchi morbidi come bracciali di seta. Che ne è stato del giorno?
Che ne è stato del suo mattino, piccole gocce di rugiada appese ai fili d’erba e tenere nuvole rosa arruffate dal vento impaziente e bugiardo?
Che ne è stato del mezzogiorno focoso, irrequieto e sfrenato, così ingordo di frutti?
Del pomeriggio assennato e troppo breve, che ha lasciato fuggire così presto il sole?
Più niente, più niente.
La sera sul lago consegna ogni cosa al grigio fumo della notte, che del resto avanza veloce mescolando terra, acqua e cielo. La notte che accende le stelle e lascia gocciare perle d’argento sull’acqua ormai nera.
Così scompare il giorno sul lago, con tutto quello che è stato o non ha potuto essere.

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IL MOSCONE BIANCO E BLU
 


Ieri il mare ha dato spettacolo.
Si è messo in burrasca agitando la gran massa d’acqua: una sinfonia per organo e orchestra con tonfi, schizzi, sbuffi, massicce risacche e fragori cupi a violentare la roccia e i suoi cavernosi cedimenti.
Dopo questo spettacolo di grazia furiosa oggi il mare è ritornato a cuccia: rompe e rinnova azzurri struggenti appena sbavati dalla schiuma e lieve, l’aria dolcissima, chiede al sole di pennellare quietamente questo vecchio smemorato che adesso regala onde celesti e sulla riva increspata lascia che corrano i granchietti timorosi di tutto.
Tra le barche lasciate a scaldare le vecchie ossa al sole settembrino, scorgo all’improvviso uno splendido esemplare bianco e blu.
E’ un vecchio moscone di legno, ormai soppiantato dai pattini con i pedali e lo scivolo di plastica.
Il moscone bianco e blu: strati spessi di verniciature annuali tirate a coprire gli affronti dell’acqua salsa, cigolii di remi, e il mare che appena di là dagli scogli repentinamente diventava così profondo e temibile.
Il moscone bianco e blu dove, lontano da occhi indiscreti, o almeno così credevamo, la pelle sperimentò i primi arditi toccamenti: carezze spaventate che però indugiavano testarde lungo i bordi del castigatissimo costume intero.
Vicinanze allora proibite, cullate dai risciacqui dell’onda, respiri mozzati per la paura di essere scoperti.
Selvagge tamburiate di cuori sedicenni che si aprivano alla ribelle innocenza dell’amore.
Vecchio, dignitosissimo moscone bianco e blu, non mi è stato possibile nemmeno averti a noleggio per un’ora e forse, saggiamente, forse è stato molto meglio così.

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