Ieri il mare ha dato spettacolo.
Si è messo in burrasca agitando la gran massa d’acqua: una
sinfonia per organo e orchestra con tonfi, schizzi, sbuffi, massicce risacche e
fragori cupi a violentare la roccia e i suoi cavernosi cedimenti.
Dopo questo spettacolo di grazia furiosa oggi il mare è
ritornato a cuccia: rompe e rinnova azzurri struggenti appena sbavati dalla
schiuma e lieve, l’aria dolcissima, chiede al sole di pennellare quietamente
questo vecchio smemorato che adesso regala onde celesti e sulla riva increspata
lascia che corrano i granchietti timorosi di tutto.
Tra le barche lasciate a scaldare le vecchie ossa al sole
settembrino, scorgo all’improvviso uno splendido esemplare bianco e blu.
E’ un vecchio moscone di legno, ormai soppiantato dai pattini
con i pedali e lo scivolo di plastica.
Il moscone bianco e blu: strati spessi di verniciature
annuali tirate a coprire gli affronti dell’acqua salsa, cigolii di remi, e il
mare che appena di là dagli scogli repentinamente diventava così profondo e
temibile.
Il moscone bianco e blu dove, lontano da occhi indiscreti, o
almeno così credevamo, la pelle sperimentò i primi arditi toccamenti: carezze
spaventate che però indugiavano testarde lungo i bordi del castigatissimo
costume intero.
Vicinanze allora proibite, cullate dai risciacqui dell’onda,
respiri mozzati per la paura di essere scoperti.
Selvagge tamburiate di cuori sedicenni che si aprivano alla
ribelle innocenza dell’amore.
Vecchio, dignitosissimo moscone bianco e blu, non mi è stato
possibile nemmeno averti a noleggio per un’ora e forse, saggiamente, forse è
stato molto meglio così.
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