 | … ma questa è una miniera di immagini, di modi di dire, di similitudini tratte direttamente dal lessico popolare. Oppure improntate a quel linguaggio dalla
verve creativa dell’autrice. In ogni caso, integrate splendidamente nel racconto.
Me lo sto proprio gustando il tuo romanzo, cara Milvia, così sapido, così ricco di umori, di trovate. Due tre capitoletti ogni giorno, nel silenzio del primo mattino, per meglio accogliere questa atmosfera d’altri tempi e d’altri luoghi, ma che all’improvviso qua e là fa risuonare echi interiori: ricordi, paragoni, sprazzi d’infanzia, rumori, odori, giochi, attese.
Scritto con garbo e con il cuore, ora in tuffo pieno sulla bambina che eri, ora con sorridente distacco. Quasi sempre con il gusto felice dell’ironia leggera, dello scherzo.
Il linguaggio è colorito, forte, impreziosito da termini o espressioni dialettali stupende.
Cara Milvia, conoscevo il tuo piacere e la tua capacità robusta di raccontare; ma qui, siamo su un altro piano, qui ti riveli un’affabulatrice insuperabile!
E come riesci ad animare stagioni, astri, strade, fossi!
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E poi il contenuto, un sapore denso, consistente, di storia minore nello scenario, qua e là abbozzato, della storia maggiore.
La storia piccola di tutti i giorni di una bambina nella famiglia, nella casa, nella scuola, in vacanza, dentro la storia grande, la storia dei grandi, la guerra, il lavoro, le lotte operaie, la povertà.
Pagine drammatiche ma raccontate con mano sufficientemente agile, senza eccessive pesantezze.
La Signoressa: quattro pennellate felici e te la vedi davanti in carne – raggrinzita – ed ossa.
Splendidamente riuscita la rendicontazione del terrorismo pedagogico e in particolare della sessuofobia della chiesa cattolica, trave portante della storia, come da titolo.
Alcune scene risultano molto dure, quella che fa più male – per me, fragile miscredente, quasi indigesta - è quella di nonna Bianca che non perdona Giuditta neanche in punto di morte.
Il romanzo è ricchissimo di fatti, di aneddoti, di cose di una volta raccontate con molta precisione, o, comunque, - io non me ne intendo – con straordinaria verosimiglianza: come si faceva il sapone, come si facevano sembrare freschi i fiori già passati, ecc…
Qua e là – ora ti muovo un piccolo appunto, senza pretese critiche - ti lasci forse prendere la mano dalla voglia di dire tutto e indugi a mettere in bocca a questo o a quello tanti dettagli, ad es. del lavoro in fabbrica: interessanti di sicuro, ma che rendono un po’ meno agile e lineare il fluire della storia.
Il fatto è che, con ogni probabilità avevi materiale sufficiente per scriverne due o tre di romanzi.
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 | Oggi, 26 dicembre, di prima mattina, ho finito di leggere questo tuo primo romanzo, cara Milvia.
E un po’ mi dispiace pensare di non ritrovarmelo più fra le mani appena alzato.
La sensazione è quella di un distacco un po’ triste. Perché era bello immergersi in quel modo di raccontare così brioso, godibilissimo, in quell’ambiente così vitale: uomini, donne, bambini, bestie, cose, tutti vivi, pulsanti.
Tante persone a cui ci si affeziona; ma certo che Vittoria ha qualcosa di speciale; a lei hai dato quel tocco di simpatia, di freschezza, di curiosità, che la rendono indimenticabile.
E nasce un desiderio retrospettivo: che ogni cosa venga di nuovo raccontata, ma solo da lei, dalla piccola Vittoria, senza nessuna intrusione dell’adulto che s’interpone per spiegare meglio qualcosa.
Da Vittoria con la sua ingorda voglia di vivere, di giocare, di capire, di diventare grande. E con le sue paure, piccole e grandi, che forse la vorrebbero tenere bambina, al riparo dalle brutture della vita.
Chissà che Vittoria non abbia ancora cose da raccontare! Io mi prenoto fin d’ora.
Bravissima Milvia!
Ciao, Uge
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