
MILVIA ARGENTI
IL DIAVOLO PORTA LE UNGHIE ROSSE - AMBIENTE

Milvia Argenti è nata a Terni, nel quartiere di Sant'Agnese, sorto ai primi del secolo per ospitare gli operai che lavoravano all'Acciaieria.
Attualmente il quartiere è stato quasi del tutto ristrutturato, anche se conserva, in alcune parti, l'aspetto urbanistico di mezzo secolo fa. Ovviamente le vie, abbastanza strette, sono soffocate dalle macchine, ma le persone che abitano lì da più tempo si chiamano ancora dalla finestra e si raccontano i fatti loro.
Ma ecco come l'autrice descrive il suo quartiere (sant'Agata), alle pagine 10 - 11:
| 
| ...Sant’Agata, dove vivevano, era un quartiere ferrigno, partorito dall’acciaieria che, come la luce di Dio, accoglieva nel suo ventre generoso i piccoli operai che arrivavano in bicicletta, ma poteva deciderne anche la malattia, l’agonia e la morte lenta.
A sant’Agata le case erano per lo più tutte vecchie, ma andavano ancora d’amore e d’accordo; s’erano lasciati alle spalle, con un sorriso sereno, tutti gli ardori della gioventù e da quando avevano provato i bombardamenti ogni sera si raggomitolavano una contro l’altra e si tenevano compagnia.
Le strade erano indulgenti tanto con le bestie che con i cristiani, e ospitavano topi, scorpioni, scarafaggi, cani e gatti con la stessa affabilità che dimostravano alle vecchie che si sedevano fuori dai portoni a dire la corona o alle femmine capaci di mettere su una cagnara per chissà quali motivi o, soprattutto, ai ragazzini che le abitavano felici e ne riconoscevano a occhi chiusi le fattezze, come succede tra due persone che si vogliono bene e sono innamorate per davvero.
| | Dietro le case in intravedono ancora degli orti... |
E invece d'estate si andava a Castellombasso, vicino Ferentillo, in Valnerina. Segue la descrizione dell'arrivo, alle pagine 47- 48 del libro.
| 
| ...Si risaliva piano il fosso che anche quell’anno, senza argini com’era, aveva rifatto tutta una strada sua, certi punti Vittoria non li riconosceva nemmeno più tanto la piena li aveva ribaltati, anche le pietre del lavatoio s’era portata via con le piogge di primavera e così, invece di tagliare per la corta dell’Abbazia, adesso bisognava arrampicarsi dietro due collinette e risalire un bel po’ prima di ritrovare la strada per il paese.
Il sole, che andava calando, lasciava paziente che le ultime cicale finissero di suonare e ingrandiva le ombre a dismisura; la somara grande che sentiva la stalla vicina, allungava il passo tirandosi dietro anche nonno che l’aveva acchiappata per la coda e si faceva aiutare nella camminata.
L’aria portò il primo odore di un camino acceso e il rumore del vecchio mulino che andava; sbucarono fuori gli orti della comare Agata con lo stalletto del maiale e dietro, le quattro casette del paese messe lì a fare la guardia ai sassoni del colle della Scheggia, rimaste pure loro prigioniere di quella natura severa che aveva sempre lesinato il pane.
A vederlo così a colpo d’occhio il paese dei nonni sembrava una manciata di denti cariati tanto i muri delle case erano rosicchiati e pieni di buchi; non c’erano vie ufficiali ma solo sentierini di breccia e terra che si intorcinavano dappertutto e venivano usati tanto dalle bestie che dalle persone, non ci arrivavano né l’acqua né la luce, non c’erano negozi né botteghe, solo tante mosche che ogni giorno rinascevano dalle cacche delle capre, delle pecore e delle galline e si moltiplicavano nutrendosi di tutto quello che la gente buttava sulla via.
| Il fosso com'è ora, nell'estate 2006 | |
Nonna Bianca gli venne incontro sulla svolta del forno grande; a guardarla sembrava per davvero la nonna delle favole, con la pelle color semola profumata di rosmarino, gli occhi malinconici e umidi come quelli delle vacche e i capelli bianchi e soffici come la schiuma del latte sbattuto.
©2007
www.webfract.it